Luigi Rossi

L’italianità di uno scrittore americano

Attenti a John Fante. Non prendete in mano un suo libro: rischiate d’andare raminghi cercando ogni suo racconto. I più a rischio sono i giovani. Hanno un debole per i sognatori, per chi mantiene la memoria dell’esodo di milioni d’italiani, emigranti per fame e bisogno. E i sogni si nutrono di fame e bisogno. Per innamorarsi di John Fante bisogna avere l’emigrazione nel sangue. Sempre che la sua opera tratti d’emigrazione. E della nascita d’un Uomo Nuovo.

Svevo Bandini era «un italiano puro, di una stirpe contadina che si perdeva nella notte dei tempi». E abruzzese, come il suo alter ego Nicola Fante, uno di quei «bastardi italiani» che vivevano «senza un centesimo». Nick Fante, come Svevo Bandini, era finito, dopo un periodo a New York, a Denver, in Colorado. Qui, nel seminterrato d’una fabbrica di maccheroni, Mary Fante mette al mondo, l’ 8 aprile 19 09, John Thomas, il primogenito di Nick, l’emigrante di Torricella Peligna. Esattamente un secolo fa. Da Denver Nick Fante si trasferisce a Boulder, dove la crosta terrestre inizia ad ondularsi per formare il fianco orientale delle Rocky Mountains. Proprio a Boulder, lui che «detestava la neve», perché «niente sole, niente lavoro». Nick Fante e Svevo Bandini erano maestri muratori. Nel racconto Muratore nella neve, il figlio di Nick scrive: «Erano senza pietà quegli inverni del Colorado… Mio padre faceva il muratore. Per via della neve, non poteva lavorare». In una lettera alla madre, la dolce e pia Mary Fante, ricorda «i tanti Natali in Colorado. Quando andavamo alla messa presto in quelle mattine fredde e buie, e pensavo alla grande stufa che avevamo in salotto, e come fossimo soliti riunirci intorno ad essa in inverno, e come giocavamo sul pavimento e ci sedevamo accanto alla finestra, aspettando che papà tornasse a casa». Aggiungendo: «com’era buono mangiare il pane fritto con lo zucchero sopra». A Boulder, continua il figlio di Nick, «quand’ero ragazzo, [venivo apostrofato] con atroci nomignoli». Era un «Wop, Dago o Greaser» e anche i bambini lo insultavano. Il figlio degli abruzzesi Nick e Mary Fante racconta ancora: «Mi hanno umiliato al punto da farmi diventare diverso e mi hanno spinto ad accostarmi ai libri, a rinchiudermi in me stesso, a scapparmene dal Colorado». Possono essere righe vergate da Arturo, il figlio di Svevo Bandini. Arturo, in Aspetta primavera, Bandini annota che il padre: «era muratore e ai suoi occhi non esisteva mestiere più sacro sulla faccia della terra». È il cantico e la celebrazione d’un’arte. D’un mestiere d’emigrazione epico e antico, come quelli dello sterratore e del contadino, dell’ambulante, dello spaccapietre o dello spazzacamino. O dei minatori, cottimisti e crumiri. E martiri, come il padre dello scrittore Pietro Di Donato, ingoiato dal cemento il Venerdì Santo del 1923 in un incidente sul cantiere edile dove lavorava. John Thomas scrive: «Niente e nessuno poteva aver la meglio su Nick Fante». In un’altra lettera sottolinea l’importanza della figura paterna nelle sue opere: «I miei migliori sforzi in tutti i libri [...] sono stati diretti verso mio padre [...] La sua morte ha lasciato una profonda ferita nel cuore che non scomparirà mai [...] Ha lavorato nella sua vita come un cavallo da tiro [...], [ma] è stato una fonte costante di preoccupazione, specialmente per mia madre. Beveva forte, giocava, litigava e l’occhio gli correva sempre dietro alle signore, fino a quando ha esalato l’ultimo respiro». In un’altra occasione scriverà: «nessun uomo è più fortunato di me». Concludendo: «Ho avuto i genitori migliori».

1 Nick Fante era emigrato nella Merica nel 1901. Tutti i Fante avevano deciso d’andarsene. Come i Bandini, i Toscana, i Molise. Aveva lasciato Torricella Peligna, nell’Appennino abruzzese. Circa 4000 abitanti al tempo, e con due alberghetti: l’Americano e il Vittoria. Lassù, a novecento metri, fame e freddo. Di lavoro neanche a parlarne. E, come milioni di italiani, Nick Fante decise d’imbarcarsi: andare incontro al futuro che l’attendeva Oltreoceano. Così il padre di John Thomas Fante partecipò alla secolare protesta dei morti di fame italiani: emigrando. Come successe per i De Niro. I Sinatra. I Ferlinghetti. I Camilleri. I Corso. I Talese. I De Palma. I Palmisano. Gli Scorsese. I Fiorina. I Pacino. I Cuomo. I Gallo. I Cimino. Nicola Sacco e i Vanzetti, padre e figlio. Per Arturo Giovannitti e Pascal d’Angelo. Giuseppe Cautela, i fratelli Ernest e Jo Pagano. Angelo Valenti e Constantine M. Panunzio... Erano milioni i Nessuni imbarcatisi nei porti italiani per un viaggio Oltreoceano senza ritorno. Maria, la moglie di Svevo, resse la vita grama d’emigrazione grazie al santo rosario: «Ave Maria, Ave Maria, senza mai smettere, migliaia, milioni di volte, preghiera dopo preghiera, il sonno del corpo, la fuga della mente, la morte della memoria, l’annientamento del dolore, la fantasticheria, profonda e silenziosa, della fede». Così la ricordano John Fante e Arturo Bandini. L’italianità di Svevo Bandini, e di quella santa donna di sua moglie, si trova tutta nell’opera di John Fante, figlio di Nick e Mary, immagine speculare di Arturo Bandini. John Fante «s’abbandona al pianto… per l’aspetto del padre, per le mani nodose di suo padre, per i muri costruiti da suo padre, per i gradini, i cornicioni, i cenerai e le cattedrali, tutti bellissimi, per quel che sentiva quando suo padre cantava dell’Italia, del cielo italiano, della baia di Napoli». O per i racconti sull’Abruzzo lontano e mitico, con i suoi paesaggi e riti, povertà e religiosità captate nella quotidianità familiare. Con il freddo e i doni della Grande Depressione: fame, povertà, disoccupazione e sogni. John Fante: figlio d’emigrati. Come Arturo Gabriel Bandini. Come il mitico Joe Di Maggio. O Tony Lazzeri e Frank Crosetti, stelle del baseball. Come milioni d’altri sbarcati a Ellis Island e fuggiti dalla Toscana. Scappati dalla Sicilia. Emigrati dalla Calabria. Allontanati dal Piemonte. Partiti dalla Puglia. Respinti dal Veneto e dall’Abruzzo. Dall’Italia tutta: un Paese che svendeva i suoi figli migliori. Il figlio di Nicola Fante è il cantore della più stentata vita d’emigrazione. Uno status che, con il coetaneo Arturo Bandini, vive e soffre in modo completo. Ci cresce, sognando i sogni americani. Dal baseball al football al basketball, sino «all’incantesimo di quella droga di celluloide», perché anche a Boulder c’era un cinema con una maschera (dal cuore grande così) che lo faceva entrare gratis.

2 Arturo Bandini e John Fante vivono un’infanzia e un’adolescenza che sfocerà nella pluriculturalità. Assorbono dall’universo americano ciò che si amalgamerà alla cultura originaria e familiare e, al contempo, sognano i sogni dell’Uomo Nuovo. Nasce e si sviluppa una memoria biculturale: l’italiana alimentata da Nicola e Maria Fante (o da Svevo e Maria Bandini e dalle decine di altri italians delle comunità d’emigrati, soprattutto i nonni e gli zii). Assimilata giorno dopo giorno, sin dalla nascita, con una cultura diversa e nuova. Di cultura americana ci s’imbeve nella strada polverosa. Nella scuola parrocchiale. Nei negozi. Leggendo le cronache di baseball. Al cinema. Nei quattro anni al collegio dei gesuiti a Denver. Nell’Alta Vista Hotel a Bunker Hill. L’amalgamazione tra la cultura italiana e americana, simile a un lungo e complesso processo alchemico, produrrà un Uomo Nuovo che crede nella Cultura Nuova. In molti casi l’Uomo Nuovo s’approprierà di mezzi espressivi letterari (dal giornalismo, alla poesia, alla narrativa), cinematografici, editoriali, fotografici, teatrali. Farà i primi passi nel mondo politico ed economico. Si muoverà nell’universo accademico. L’amalgama perfetto si raggiunge nel momento in cui si prende possesso della lingua acquisita, se ne controllano le chiavi, la storia, i processi e i misteri. Quando i succhi della cultura materna s’innestano, saldandosi e sviluppandosi, nella cultura autoctona. Allora una nuova lingua subentrerà all’idioma materno e familiare. Si ricostruiranno rapporti spaziali, temporali e sociali, superando quel disagio che è presente in ogni giorno americano di Nicola e Maria Fante. O in Svevo Bandini e sua moglie. E negli adolescenti Arturo e John. Il possesso della lingua del Nuovo Mondo è, per entrambi, conquista e liberazione. Arturo Bandini e John Fante sono, in ogni senso, i più grandi scrittori americani. L’acquisizione della lingua, con i suoi misteri, gli permette di penetrare una società multiculturale, dove le diversità delle culture saranno elementi necessari per una nuova identità personale e sociale.

3 Devi avere l’emigrazione nel cuore. Amarne e comprenderne gli interpreti per scriverne. Essere orgoglioso d’appartenere alla moltitudine dei Dago. Vera e propria feccia. Plebaglia. O far parte dell’orda degli Spaghettifresser. O del branco dei magnapolenta. Conoscerne gli antichi riti. Gli struggimenti. La fame e l’orgoglio. Avvertire le pulsazioni dell’italianità, la spinta dei succhi vitali della tua cultura originaria in quel Nuovo Mondo così lontano, ma non dissimile, dall’Abruzzo e dalla mitica Italia. E John Fante, figlio di Nick Fante da Torricella Peligna, amava l’ira e la tenerezza degli italians, le nostalgie, gli amori e i furori, la religiosità, le bestemmie e i sogni, la rabbia e la voglia di farcela di chi era stato costretto ad abbandonare un Paese che non riusciva a sradicare dal cuore. Le sue opere lo testimoniano e i lettori, soprattutto i giovani, lo onorano e lo rispettano. Per questo. E per la limpidezza della sua scrittura, personaggi e trame. John Fante, come autore, sbarcò in Italia nel 1941. O già nel 1938 con una traduzione – edizione fantasma (o pirata) di Wait Until Spring, Bandini. In ogni caso fu Elio Vittorini a tradurre e introdurre il suo primo romanzo ufficiale in Italia, Il cammino nella polvere. Come scrittore dell’emigrazione, si dice. O “autore etnico”, come qualcuno lo definiva in America e in Italia. Come se ciò fosse poco. O nulla. O limitasse la scrittura, la creatività di un autore. Un momento. Un lampo. E Vittorini ci vide giusto. Forse il primo ad accorgersi che Oltreoceano, o Oltralpe, potevano nascere, grazie all’emigrazione, scrittori e artisti la cui arte era, a dispetto della lingua usata, o del mezzo, un prodotto anche della cultura italiana. Letteratura italiana in lingua inglese. Letteratura italiana in lingua tedesca o francese o spagnola. Letteratura dell’italianità, come la dolente lingua di Giuseppe Lovaglio in Sofrimento, destino e aventura (Regione Basilicata, 2004): “… una donna sene accorse che io andava cercando per mangiare nei bidoni…” Lingua di sofferenza e speranza. Possibile? Possibile. O, forse, Vittorini era alla ricerca di chi viveva – anche sulla pagina – il Novecento. Il secolo delle guerre. Degli stermini. Degli esodi e delle migrazioni. Un’epoca d’esiliati. Fuorusciti. Socialisti e anarchici. O semplicemente se stessi: stranieri ed emigrati dalla propria lingua madre, con un Oceano tra il Passato e il Futuro. Da Freud a Stefan Zweig. Da Sacco a Vanzetti. Da Arnold Schönberg a Solgenitsin. Da Fermi a Einstein. Da Chagall a Strawinsky. E Nabokov. Paul Celan. Picasso. Thomas Mann. Marlene Dietrich. Charlie Chaplin e Stan Laurel. Costa-Gravas, Elia Kazan e Stanley Kubrick. E Nick Fante. Ri-leggendo, ri-vedendo e ri-ascoltando certe opere del Novecento nella prospettiva suggerita dai versi di Dante «Rimossa ogni menzogna, / tutta tua vision fa manifesta…», si gustano nei prodotti artistici novecenteschi, creati nell’esilio espatrio emigrazione, messaggi e succhi aspri e amari. Il sangue dell’Uomo Nuovo. Dove l’emigrazione, l’espatrio e l’esilio, diventano denuncia. Memoria. Coscienza civile e culturale per l’intera umanità. E per la Patria matrigna.

4 Poi, dopo Vittorini, di John Fante più nulla. O quasi. La traduzione autorizzata di Aspettiamo primavera, Bandini (a cura di Giorgio Monicelli, Mondadori) è del 1948. Mentre In tre ad attenderlo, il Full of Life in italiano a cura di Liliana Bonini è del 1957. Una meteora? No, semplicemente uno scrittore figlio d’italiani che scriveva nella lontana America in una lingua che non era quella di Dante. Eppure scriveva d’una italianità che cercava il proprio corso in un Continente “diverso” e in una lingua “diversa”. Anticipando temi e tendenze. O riproponendone e reinterpretandone altri. Se avesse scritto in italiano son sicuro che sarebbe ancora confinato nel limbo dei geni dimenticati. Obliato del tutto, dagli Istituti di Cultura ai vari editori, alla folla di docenti e critici (proprio quelli che scarnificarono, per esempio, Dino Campana costruendo sul poeta di Marradi lunghe e splendide carriere), alla torma di giornalisti. Dimenticato. Fino al giorno in cui Charles Bukowski decise di far dire a Hank Chinaski, personaggio principale del romanzo Women (1978), che il suo autore preferito è John Fante. Questa dichiarazione fu un segnale: il momento della rinascita di Fante. Come italian e come autore. Come vero scrittore. Come grande scrittore. Proprio come sognavano Arturo Bandini e il figlio di Nick e Mary Fante. Nicola Fante e Svevo Bandini, nell’occasione, avrebbero intonato Torna a Surriento. O invitato Bukowski a una interminabile bevuta con la colonia italiana di Boulder o Roseville. «Ma esiste questo Fante? E chi è questo Fante?», chiese l’editore a Bukowski. Bukowski gli avrebbe risposto: «È uno con l’ossessione della scrittura. Uno che vive intensamente la sua italianità, ereditata da Nick e Mary Fante. Uno che posiziona la sua italianità, e quella di migliaia d’altri italians o Dago, nella quotidianità del sogno americano. Da Hollywood a Las Vegas, dai paesini del Colorado agli alberghetti che alloggiano decine di squattrinati sognatori come lui». Proprio come John Fante racconterà ne I sogni di Bunker Hill (1982). John Fante? Charles Bukowski continuò: «Uno che ama profondamente. Come nel caso della dolce Joyce, l’adorata moglie poetessa che sposa in Nevada nel 1937. Uno che conosce l’infelicità e le delusioni, provenienti dalla collera divina. Uno che ama l’eterna gioventù di Arturo Bandini. La vitalità di Svevo Bandini e la semplice spiritualità di Mary Fante. Uno che cerca di salvarsi l’anima, ancorato orgogliosamente alla sua scrittura, nonostante le sirene delle case di produzione cinematografiche alle quali offrirà quel che chiedevano: prodotti di seconda classe». Egli attenderà, anche a Hollywood, il grande incontro con chi credeva in lui. Orson Welles, per esempio. O quel giovane che venne, un giorno, a trovarlo. Si chiamava Francis Ford Coppola e pubblicherà The Brotherhood of the Grape su una sua rivista, City of San Francisco, nel 1975 (nel 1977 comparirà in volume presso Black Sparrow Press). Coppola? Era figlio di siciliani, gli sembrava. Il padre era attore e quel giovane aveva grandi progetti. «Come, Lei non conosce John Fante?», concluse Charles Bukowski salutando il suo editore.

5 Racconto dopo racconto, uno scrittore nato (che vive la letteratura come fede e amore) sale un sentiero che può condurre in Paradiso o all’Inferno. Altar Boy appare nell’agosto del 1932 sul The American Mercury. Home Sweet Home (sempre sull’American Mercury) è del novembre dello stesso anno. First Communion, Big Leaguer e Odyssey of a Wop compaiono sull’American Mercury nel corso del 1933. Sempre nel 1933, su Story Magazine di aprile, appare My Mother’s Goofy Song. One of Us sul The Atlantic Monthly nell’ottobre del 1934. Washed in the Rain vede la luce su Westways nell’ottobre dello stesso anno. Poi Bricklayer in the Snow sul The American Mercury del gennaio del 1936. Su Harper’s Bazaar (giugno 1936) appare A Kidnaping in the Family. Nel 1937 due racconti per l’American Mercury (Postman Rings and Rings e The Road to Hell) e uno per Scribner’s Magazine (Charge It). Su Woman’s Home Companion, nel 1938, compare None so Blind. Racconto dopo racconto, battuto sulla tastiera d’una macchina per scrivere presa a nolo. Lavorando dove capita, inseguendo un sogno, sfamandosi a banane e arance e bevendo latticello, felice come una pasqua quando l’editore gli invia un compenso che divide con la madre e la famiglia e invitando gli amici a una liberatoria bevuta. Di quei primi anni californiani scriverà: «Ho fatto un sacco di lavori al porto di Los Angeles [...] Il mio primo lavoro fu quello di spalatore di fossi. [Poi] di lavapiatti e scaricatore di camion. Poi commesso in una drogheria». Ricordo che lavorò anche alla «fabbrica del ghiaccio e come cameriere, prima del conservificio», un inferno dove «donne messicane e giapponesi armate di coltelli da pesce sventravano sgombri [...], le interiora del pesce gli arrivavano alle caviglie». Nel 1937 – 1938 gli viene rifiutato il romanzo La strada per Los Angeles. Aveva cercato un titolo che potesse far vendere. Farà sapere a Carey McWilliams d’aver scritto con “... candore, ma non scriverò più con tanta libertà...”. Pazienza. La strada per Los Angeles apparirà postumo (1985, Black Sparrow Press). E pensare che il figlio di Nick e Mary Fante voleva stracciare o bruciare il lavoro rifiutato. C’è da ringraziare chi gli fece cambiare idea. Forse Joyce. Perché s’era «innamorato di una poetessa» e l’aveva sposata. Una donna della quale scriverà: «Se non fosse stato per lei, la mia vita avrebbe percorso strade differenti». L’amore, come la letteratura, può sboccare all’Inferno o in Paradiso. Stackpole nel 1938 pubblica Aspetta primavera, Bandini. Nel 1939 Chiedi alla polvere. La raccolta di racconti Dago Red è del 1940 (Viking Press). I racconti si fanno più rari, ma la loro qualità resta altissima. A Nun No More viene pubblicato dalla rivista Virginia Quarterly Review nel 1940, mentre Helen, Thy Beauty Is to Me appare sul The Saturday Evening Post nel marzo del 1941. Su Esquire (aprile 1941) è possibile leggere The Taming of Valenti e su Good Housekeeping (maggio 1941) That Wonderful Bird. Sulla stessa testata, nell’ottobre del 1942, compare Mary Osaka, I Love You. The Scoundred viene pubblicato da Woman’s Home Companion (marzo 1945). Papa Christmas Tree nel dicembre 1946, The Dreamer nel giugno del 1947, Wine of Youth nel dicembre 1948 sempre su Woman’s Home Companion. Mentre One Play Oscar compare sul The Saturday Evening Post nel novembre 1950. In the Spring vede la luce a metà del marzo 1952 su Collier’s e Big Hunger nell’agosto dello stesso anno, sempre su Collier’s. Ormai il figlio di Nick e Mary Fante lavorava per Hollywood: ramo sceneggiature. C’era arrivato per fame, bussando da Ernest Pagano, sceneggiatore d’un certo successo, fratello di Jo, scrittore e sceneggiatore pure lui (e per un breve periodo compagno di John). Sarà una lunga stagione, quella hollywoodiana. Una stagione che lascia i segni nel corpo e nell’anima. Una stagione, nonostante tutto, non indegna. Un impiego che gli permette di superare le difficoltà economiche, di crescere la famiglia e di far intravedere, qui e là, il suo talento. Non hanno lavorato per Hollywood anche Scott Fitzgerald, William Faulkner, Steinbeck, Saroyan e Raymond Chandler? Umiliati. Delusi. Svuotati. John Fante usò il mondo dei sogni. E riuscì a sopravvivere. Tra le sue prime sceneggiature Dinky (1935, Warner Brothers), East of the river (1940, Warner Brothers), Youth runs wild (1940, Rko) e My man and I (1952, Metro Goldwin Mayer). John Fante, a Hollywood, rimane in attesa: una delle tante qualità dei Dago. Chiedete a Svevo Bandini o Nick Fante. Vi avrebbero risposto: «Aspetta primavera…», intendendo che la buona stagione sarebbe comunque arrivata. Nel Colorado, come a Hollywood. Come a Torricella Peligna, quando iniziava la stagione dello sgelo. Nonostante tutto, l’esperienza hollywoodiana lascia positive tracce del suo passaggio nell’universo di celluloide. Full of life (1956, regia Richard Quine) è la sua migliore sceneggiatura e concorre per l’Oscar. Full of Life è tratto dal romanzo omonimo apparso nel 1952 (Little, Brown an Co.). Un bestseller. Un’opera perfetta nella sua struttura, nei tempi, nei dialoghi, nei personaggi. «This book is for H. L. Mencken with undiminished admiration», questa la dedica di John Fante al grande e divino H. L. Mencken che vide giusto nel figlio di Nick e Mary e ne gustò le lunghe e appassionate lettere e racconti. In Full of Life vivono e recitano Joyce e Mister Fante, nella loro casa a Los Angeles. Qui ricompare papà Nick, in un ruolo straordinario. E mamma Mary. Qui si parla di nascita e morte, di fede e conversione, con un estro e una leggerezza amabilissima. Mentre, in realtà, John viveva il dramma della nascita del quarto figlio, ignorando la dolce Joyce, ricorrendo all’alcol e preso dal gioco. Full of Life riportò un ordine «apparente» nella famiglia di John e Joyce e donò a Nick e Mary l’eterna memoria. Il film fu prodotto dalla Columbia Pictures, come Jeanne Eagles (1957, regia George Sidney) e Walk on the wild side (1962), diretto da Edward Dmytrik. Seguono le sceneggiature di The reluctant saint (1962), My six loves (1963, Paramount), Maya (1966, Metro Goldwin Mayer) e Something for a lonely man (1967, film per la televisione prodotto dalla Universal Television). Nel frattempo era stato a Napoli e Roma e Parigi. Soprattutto il soggiorno napoletano gli riportò negli occhi e nel cuore tracce della natura e cultura italiana. Le lettere ci parlano dell’anima di questa città, del Mediterraneo, del pane e degli odori, delle grida, dell’interno delle chiese, della primitiva femminilità delle donne del Sud, dei bambini. Persino dei lustrascarpe e dell’editoria pirata del tempo. Roma, dov’era andato chiamato da big Dino (De Laurentiis), gli sembra una città falsa e doppiogiochista. Di Parigi s’innamora. Se Parigi è la vulva del mondo, Napoli ne è il seno, la bocca, il ventre e un didietro che è un amore. Era riuscito anche a salire a Torricella Peligna, a rimettere piede nei luoghi dov’era nato Nick. La povertà e l’abbandono, gli strazi della guerra, il vuoto causato dall’emigrazione degli anni Cinquanta – Sessanta del secolo scorso, lo colpirono in modo violento. Meglio la Trucell dei racconti di Nick, la povertà filtrata dalla voce del padre. Dall’amore del padre per i luoghi natali abbandonati per sempre. Poi sembra calare il silenzio. Negli anni che precedono il 1980 John Fante è molto malato. Eppure, in questo periodo, la vena narrativa del figlio di Nick e Mary Fante (o di Svevo e Maria Bandini) ritorna a scorrere. A pulsare, sorprendendoci e offrendoci altre meraviglie. Francis Ford Coppola pubblica, su City of San Francisco, The Brotherhood of the Grape (1975). Il bellissimo racconto My Father’s Good compare su Italian Americana (1975). Dreams from Bunker Hill è del 1982. Poi Charles Bukowski mette sulla lingua di Hank Chinaski le mitiche parole sul figlio di Nick e Maria Fante. E gli editori ritornano a stamparlo, mentre fiorisce una nuova generazione di lettori. E amanti. Nel 1977, a causa di una grave forma di diabete che s’era manifestato nei primi anni Cinquanta, «regalo» ereditato da Nick, gli era stata amputata una gamba. Nel 1978, assalito dalla cecità, detterà alla dolce Joyce gli ultimi racconti. Più che «le ventisei dosi di insulina giornaliere», la medicina migliore fu la scrittura. E l’amore della moglie. Dopo l’amputazione della seconda gamba, le sue condizioni s’aggravano. Morirà nel maggio del 1983. La tensione e la spinta ad emergere, grazie alla creatività e all’entusiamo, non gli sono mai venute meno. E, nelle sue ultime opere, s’indovina che il figlio di Nicola Fante non dilapidò il proprio talento (e le occasioni non gli mancarono). 1933, un anno terribile (1985), The Road to Los Angeles (1985), The Wine of Youth (1985), West of Rome (1986) con il bellissimo racconto lungo Il mio cane stupido, The Big Hunger (2000) sono i doni che il figlio degli emigranti abruzzesi, grazie all’amore di Joyce, ha voluto farci avere dopo aver lasciato la Valle dei Sogni che raggiunse, proveniente da Boulder, nel 1931. O forse era il 1930. In tasca un dollaro e 33 centesimi. Mentre la Grande Depressione divorava il Vecchio e il Nuovo Mondo. Scrive il figlio di Nick e Mary Fante: «avevo vent’anni, allora. [Pensavo:] sei nato povero, figlio di contadini miserabili, la tua città natale ti ha respinto [...] costringendoti ad andare ramingo per Los Angeles e, siccome sei povero, speri di scrivere un libro che ti faccia diventare ricco, così quelli che ti odiavano, laggiù nel Colorado ti ameranno». Gli sarebbe piaciuto diventare «giocatore di baseball». Una star. Come Joe Di Maggio e gli altri. Lo sapete? «Tutti i grandi giocatori di baseball provengono da famiglie povere».

6 John Fante sognava la grande opera. Un’opera che superasse Furore di Steinbeck. Sicuramente l’aveva tracciata, intravista e delineata. Sono sicuro che l’aveva, almeno in parte, iniziata. Sarebbe stata un’opera intrisa d’italianità. D’abruzzesità. Anche di cattolicesimo, di quello trapiantatosi negli USA con i milioni d’emigranti. Non ha, l’emigrazione italiana negli USA (e non solo), avuto sviluppi storici drammatici, sociali e individuali, ancora tutti da esplorare e che ne attendono il cantore? Come l’emigrazione irlandese. Giapponese. Tedesca. Inglese. Francese. Filippina. Una materia esplosiva, proprio come esplodevano le miniere, stragonfie di grisu, seppellendo per sempre i carusi che le penetravano. Una materia infernale, come infernali erano le acciaierie e i conservifici. Gli orari di lavoro nelle fabbriche e nei campi. L’igiene. Materiale letterario poteva provenire anche dalle tratte ferroviarie che tranciavano l’immenso Paese, grazie al lavoro di migliaia di italians che, anno dopo anno, sentivano rinsecchirsi le radici con la Patria matrigna. Italians passati da Ellis Island, dove venivano scaricati i paria della Terra. Nelle baracche, intanto, crescevano figli americani. Come Arturo Gabriel Bandini e John Thomas Fante. In Aspetta primavera, Bandini, Fante scrive: «Suo padre e sua madre erano italiani, ma lui avrebbe preferito essere americano». E sarà americano. Completamente americano, con quelle sue pagine intrise di quotidianità, conflitti e tensioni che deflagrano in chi vive l’emigrazione, dove la memoria d’un’altra cultura si fa basamento d’una nuova realtà politica, economica, religiosa e culturale. Dove l’altra cultura trova la forza e il vigore della testimonianza, documentazione e denuncia. Joseph Tusiani, poeta e latinista statunitense con radici pugliesi, ha vergato i seguenti versi in occasione del ricevimento della cittadinanza americana (1976). In questa circostanza egli confessa la sua appartenenza etnica e culturale, evocando le ragioni, il martirio e la storia della moltitudine italica sbarcata sulle coste del Nuovo Mondo: «Sono il presente perché sono il passato / di quanti per il loro futuro son giunti, / umili e innocenti eppure scacciati. // Io sono il sogno del loro giorno eterno, / il sogno sognato in miniere senza luce; / io sono il loro buio e il loro raggio supremo, // il loro silenzio e la lor voce: parlo e scrivo / perché loro sognarono ch’io scrivessi e parlassi / della lor morte in nessun registro notata. // O gloria! Sono il pane ch’essi vennero a cercare, / il tralcio piantato per la loro unica estasi, / il loro più solenne picco duraturo». L’opera di Fante è da leggersi come tentativo diretto a comprendere le decisioni del padre e della madre di lasciare l’Italia. Di raccontare l’immigrazione, per raccontare e comprendere l’America e se stesso. E l’Italia. In una lettera ad Arnoldo Mondadori scriverà, con una certa amarezza, di progettare «un romanzo intitolato The Confusion of the Times. Pensavo di occuparmi del “dilemma di un italo-americano di seconda generazione che assiste alla straziante scomparsa nei suoi figli delle ultime vestigia di italianità, rimpiazzate dalla confusa idiozia della moderna cultura americana. [...] La mia storia personale “è quella di un italo-americano [...] che vagheggia l’Italia dei suoi antenati più dell’America dei suoi nipoti”. È la realtà per quasi ogni americano di discendenza europea”». L’opera di John Fante, ma anche quelle d’altri autori italoamericani, italoaustraliani, italotedeschi, italofrancesi, è il racconto o un canto del poema dell’Altra Italia dimenticata, ignorata e scansata. Quella dei milioni d’emigranti, intravista da Vittorini e malamente toccata da resoconti e racconti, saggi d’ogni genere, romanzi e poesia d’autori italici nell’ultimo secolo. Ricordata solamente nelle occasioni in cui serve a dar nuovo lustro alla Patria matrigna.

7 Tante sono le opere fallite, e false, sull’emigrazione italiana. O inutili, come centinaia di bollettini e siti dedicati agli Italiani nel Mondo, grondanti di falso patriottismo e, verrebbe da dire, di stile coloniale. Molti letterati c’hanno provato a raccontare l’emigrazione. Edmondo De Amicis, tra i primi, vive Sull’Oceano in prima classe e si sperde tra i viaggiatori della terza. Racconta, con sprecato buon mestiere, quasi per sentito dire. Provando, qui e là, a toccare il cuore. Come in Dagli Appennini alle Ande. Francesco Perri ci prova con Emigranti nel 1928. Nella prima parte sembra penetrare con ottimi risultati (anche linguistici) nella varia umanità che confluirà in massa nell’emigrazione transoceanica, mentre si smarrisce (linguisticamente e narrativamente) nella seconda parte, dove vengono alla luce luoghi comuni e pregiudizi. Peccato. Pure Luigi Capuana, con il racconto Gli “americani di Ràbbato (1912), s’impantana nei luoghi comuni sulla vita degli immigrati italiani negli Stati Uniti. Corrado Alvaro, nella novella La donna di Boston, racconta l’arrivo della vedova d’un emigrato giustiziato sulla sedia elettrica. Altre novelle narrano il ritorno in Patria. Nelle pirandelliane Il vitalizio (1901), Scialle nero (1904), Il “fumo” (1904), Filo d’aria (1914) e Nell’albergo è morto un tale (1924) il ritorno sembra venir considerato, come nota Carmine Chiellino, «un vero errore mortale… L’avere portato a termine e con successo l’accumulazione programmata per iniziare una nuova attività nel paese d’origine non garantisce nessun riscatto sociale». Diverso Ignazio Silone. Nell’opera dell’autore abruzzese ci si misura con le cause dell’emigrazione. Giovanni Bertagnoli, in Arrivederci, Deutschland! (1964) riesce più volte a fotografare il malessere che pervade l’avventura dell’emigrante. In Padre Padrone, Gavino Ledda ha bellissime e sincere pagine sull’emigrazione, perché nel 1957 gli balenò l’idea d’andare in Olanda a fare il minatore: «Emigrare, nella tua desolazione, ti sembra l’unica arma da rivolgere contro l’ambiente e coprirti le radici; l’unica roncola per aprirti un varco impenetrabile quando alle spalle avanza un incendio furioso che ti sta per ardere e ridurti in cenere». Diversa la poesia. Più autori mettono al sole la carne viva di chi vive l’emigrazione. Da Dante (Tu proverai sí come sa di sale…) a Dino Campana (Sotto le stelle impassibili, sulla terra infinitamente deserta e misteriosa, dalla sua tenda l’uomo libero tendeva le braccia al cielo infinito non deturpato dall’ombra di Nessun Dio) e Ungaretti. Essi vissero l’esilio, la fuga, l’espatrio. Carducci rinuncerà, fortunatamente, a comporre il promesso Carme degli Emigrati. Il vate abruzzese, Gabriele d’Annunzio, ebbe l’idea di consegnare a Corrado Zoli un Messaggio per gli Italiani del Sud America. Pascoli, grazie all’emigrazione, avrà un momento sperimentale (Italy). L’emigrazione, in Italia, è assente dagli sviluppi della letteratura ufficiale che sembra non «digerire» autori attivi e prodotti nati al di fuori della Penisola. Mancano le opere, dicono gli esperti. O: la loro qualità letteraria è scarsa, molto scarsa (forse che l’Arno scorre nel Bacino della Ruhr? A Boulder nel Colorado o nel Paranà?). Eppure, in emigrazione, ogni genere letterario v’è rappresentato: dall’epistolare alle relazioni di viaggio, dalla poesia al romanzo al racconto, dal diario alla saggistica, alla denuncia sociale. Mancano gli autori, gridano gli addetti ai lavori (dimenticando che alcune colonne della letteratura italiana succhiano al capezzolo dell’“emigrazione”. L’opera di Dante è l’opera d’un “senza Patria”. E anche il Foscolo è un altro “ramingo”...). Ignorano, gli esperti, d’essere la causa principale della rimozione del fenomeno emigrazione, il fattore sociale e culturale più radicale e incisivo nella cultura italiana degli ultimi 150 anni. Una plurisecolare e permanente rivoluzione. Pur essendo, l’Italia, un Paese d’emigrazione (Mazzini ne stigmatizzò le vergogne a Genova e Londra già nei primi decenni del XIX secolo), manca qualsivoglia modello letterario. Manca una politica editoriale e mediatica che coinvolga cinema, radio e televisione. Assente, o disinteressata, la politica. Mancano, alla fin fine, i Vittorini: chi, per mestiere e passione, passeggia nei giardini delle altre culture. Quando “qualcunoscopre che Altrove esiste una pulsante e vitale letteratura, appena spruzzata d’italianità e che svaria in ogni genere letterario, allora si grida al caso. Com’è successo per Jean-Claude Izzo, le magnifique, che dedica la sua opera a Isabelle e Gennaro: «mia madre e mio padre, semplicemente». Forse è successo anche con John Fante. Nessuno credeva in Mario Puzo, prima del film tratto da Il Padrino. Tutti vanno pazzi per Lawrence Ferlinghetti. Si sgranano gli occhi davanti a Gregory Corso. Si traducono (magari per una sola stagione perché potrebbero diventare un caso) gli altri. E l’Uomo Nuovo, chi è nato dall’incontro con le altre culture, in non importa quali Paesi, continua a non esistere. Peccato: un’occasione persa. L’ennesima. L’emigrazione, un universo che tocca ogni italiano e ogni borgo, è stata dimenticata. Cancellata. Rimossa. Dimentichiamo che l’emigrazione, con la sua antica storia e interpreti, ci può consentire di superare stereotipi ben saldi nel quotidiano culturale italiano. Basta avvicinarsi ai suoi interpreti con meno arroganza culturale e maggiore rispetto. Leggerli e ascoltarli. O seguirne le avvincenti maestose magistrali storie sullo schermo.

Ma verrà primavera… Basta non disperare.

(Bochum, marzo 2009)