Luigi Rossi

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Arturo Gabriel Bandini è uno dei personaggi letterari più famosi. Egli è l’immagine speculare di John T. Fante, l’autore che, titolo dopo titolo, ha creato un rapporto indissolubile tra «creatore» e «creatura».

E se Arturo G. Bandini raccontasse di Johnnie, il figlio di Nick e Mary Fante, emigranti abruzzesi giunti nel Nuovo Mondo alla ricerca di pane e lavoro? Ne potrebbe nascere un racconto, ricco di rimandi e scoperte, sull’avventura umana e artistica di due personalità che sono le due facce della stessa medaglia. Il tutto narrato da una «figura letteraria» che ha, come dice Pirandello, «una vita sua», e testimoniato da un Heinrich Karl Bukowski in gran forma.

 

Postfazione dell’autore

C’è stato un lungo periodo in cui la letteratura italiana, come altre attività artistiche, si trovò asservita e svilita a bussare alle porte delle accademie e dei potenti. Chiassosa, guerrafondaia e populista sulle pagine delle riviste e nelle piazze, mentre il Paese naufragava. Quando in Italia furoreggiavano vati e bardi, da una massa di emigranti alla ricerca di pane e lavoro, spiaggiata sui lidi di altri continenti, si manifestarono autori (ma non solo) che riuscivano ad «emergere dai fossi e dalle sabbie mobili» del lavoro forzato in emigrazione e «dare voce al cuore» gridando il loro messaggio «al mondo là fuori».[1]

In un Nuovo Mondo, crogiolo di popoli lingue culture, gli immigrati (non solo italiani) scoprono l’importanza e complessità della propria identità e cultura, la coesistenza con le diverse minoranze etniche, i valori della collettività e pluralità, confrontandosi con gli aspetti economici, duri e impietosi, che «regolano l’immigrazione». Milioni di espatriati percorrono il non facile cammino, tra impegno e operosità, sconfitte e umiliazioni, che porta alla realizzazione di «un ideale e una esistenza», apprendendo una «barbara lingua, così dura e sgradevole»[2] fra «poveri operai poliglotti che ridono e urlano il proprio io battuto e smembrato…», [3] convinti che, anche se «c’è troppo dietro di noi per cambiare»,[4] «noi possiamo essere una parte dell’America. Noi possiamo darle tanto quanto le persone che si chiamano americani […] Noi portiamo il sangue, la vita e l’energia che fin dal principio ha fatto qualcosa di questo paese…».[5]

Dagli emigranti transitati per il «portale» di Ellis Island (o altri siti d’entrata nella Terra Promessa) nascono autori che esprimono la loro italianità in una lingua diversa da quella dei padri (dove sta scritto che i figli debbano servirsi dell’idioma scritto e parlato dei genitori?). Fissano immagini di persone e luoghi su lastre fotografiche, creano opere letterarie, teatrali, filmiche, musicali, pittoriche che, grazie all’attenzione di chi credeva in una cultura diversa (ricordo velocemente e senza un ordine particolare: Gaetano Meale, Elio Vittorini, Cesare Pavese, Bruno Maffi, Eva Amendola, Giuseppe Antonelli, Liliana Bonini, Giorgio Bassani…), rimbalzeranno nella Terra che diede i natali ai padri o che li vide partire dopo aver abbandonato un Paese che credeva solo nell’«industria dell’emigrazione» (o nella fondazione e sviluppo di «colonie estere», quasi che i milioni di miserabili emigranti sparsi nel mondo fossero le avanguardie di un futuro regno italico «globale» con possedimenti in ogni continente).

La scoperta di questa realtà, negli anni Settanta del secolo scorso e prima della fioritura di studi e iniziative dedicate alla storia della presenza italiana nel mondo, mi ha fatto dubitare di ciò che appresi nelle aule scolastiche e universitarie: mi resi conto dell’assenza di una «memoria» che documentasse la plurisecolare epopea dell’emigrazione italiana moderna e contemporanea. Fu allora che cercai chi, costretto all’emigrazione, scelse di usare (o fu obbligato all’adozione di) un’altra lingua per comunicare. O chi decise di mantenere l’uso della lingua italiana, cercando di trasmettere la testimonianza del vigore e del coraggio, ma anche codardia e scelleratezze, in opere molto diverse da quelle che apparivano nelle vetrine delle librerie italiane o sui periodici che si occupavano del fenomeno migratorio.[6]

L’emigrazione rivela una catastrofica situazione sociale economica morale, e denuncia un sottobosco culturale pedantesco e servile. L’ultimo viaggio di Arturo G. Bandini mi ha offerto l’opportunità di seguire, grazie al racconto di uno dei personaggi letterari più famosi, l’avventura umana e artistica di John T. Fante, il figlio di Mary e Nick, emigranti abruzzesi giunti nel Nuovo Mondo per sfuggire la fame e la povertà che regnavano nella Penisola. Arturo Gabriel Bandini è l’eroe e protagonista di racconti e romanzi sbocciati dalla macchina per scrivere di un autore «riscoperto e riproposto» da Charles Bukowski, il «tedesco». Arturo Bandini, senza rinnegare il suo ruolo nell’opera fantiana, e forte di «una vita sua», vissuta al fianco dell’amico che da Boulder si trasferisce a Los Angeles per inseguire le chimere della «Letteratura», propone una biografia di John Fante ricca di rimandi e rielaborazioni, di scoperte e legami con il mondo di chi decise di superare l’Oceano per vincere miseria sfruttamento superstizione.

Solo Arturo G. Bandini poteva «raccontare» John Fante. Chi poteva farlo meglio di lui? Forse H. L. Mencken, l’«editor» di The American Mercury, leggendario periodico che ospitò non pochi autori di origine italiana? Non credo. Forse Joyce, la moglie. Ma la sua testimonianza sarebbe stata «viziata» dall’immenso affetto per John. Forse gli scrittori William Saroyan o Jo Pagano? Frank Fenton o Ross Wills o Carey McWilliams? Penso di no. Il perfetto narratore di John Fante rimane Arturo Gabriel Bandini: schietto e leale, come testimoniano le rielaborazioni di alcuni episodi fantiani e le stesse «memorie» bandiniane. Sognatore e abruzzese, figlio di Svevo e Maria Bandini, originari di Trucell o Torricella Peligna (Chieti), lo stesso luogo che diede i natali a Nick Fante. Arturo conosce a fondo il suo «creatore». Entrambi miravano a diventare «grandi scrittori» e il figlio di Nick non aveva problemi a confidarsi con il figlio di Svevo. Entrambi frequentarono la parochial school di Boulder e la Regis Jesuit High School di Denver, iscrivendosi alla University of Colorado. Giocarono a basket, football e baseball. Magari corteggiarono le stesse ragazze, compresa Camilla Lopez. Mentre Johnnie deciderà di partire per Los Angeles, Arturo si fermerà a Boulder per completare un suo «grande progetto» dedicato a chi aveva messo o metteva radici, non senza disagi e sofferenze, nell’humus culturale e sociale del Nuovo Mondo.

Mi ha affascinato l’idea di un personaggio pronto a raccontare vita e opere del proprio «creatore», rivelando qui e là il «non detto» e il «non scritto» che, come la brace sotto la cenere, attende di venir ravvivato per donarci una fiammata. Un Arturo G. Bandini che mette in luce due entità che si integrano alla perfezione. Forse le due facce della stessa medaglia. Saldate dalla fame, dai sogni, dall’amore per la letteratura e per Dolores del Rio, Rosa Pinelli, Camilla Lopez e suor Agnes. Dall’essere due wop o dago o greaser, come quel Joe Di Maggio (che ce l’ha fatta a diventare qualcuno. E con lui Tony Lazzeri, Ernie Orsatti e Babe Pinelli, il cui vero cognome era Paolinelli).

Seducente l’idea che fosse Heinrik Karl Bukowski, «il tedesco», a gestire l’ultimo incontro tra Johnnie e Arturo, quel Buk che aveva riscoperto le opere (senza permettersi di etichettarle come «letteratura etnica») in cui due figli di dago tallonano la gloria letteraria e la felicità.

Intriganti l’amicizia e simpatia reciproca tra il figlio di Nick Fante e il figlio di Svevo Bandini. Il continuo sdoppiamento e identificazione tra questi due «personaggi», sospesi tra lingua, cultura e tradizioni dei padri e del Nuovo Mondo.

Su tutto la travagliata epopea di un popolo disperato che supera gli oceani e i monti più alti per rincorrere un futuro negato in una Terra cristianissima.

Oggi, a lavoro ultimato, mi consola l’idea che, in questo momento, in un luogo d’Italia (in una soffitta, officina, cantiere) un immigrato / una immigrata o il figlio / la figlia di un immigrato / una immigrata stia scrivendo il capolavoro letterario nell’idioma del Paese in cui si è trovato / trovata a vivere per sfuggire fame povertà violenza.

 

Luigi Rossi

Bochum, luglio 2012


[1] Dalla lettera di Pascal D’Angelo, «il poeta del badile e del piccone», all’editore di The Nation (gennaio 1922). Son of Italy, opera dell’autore originario di Introdacqua (L’Aquila), è stata pubblicata nel 1999 da Il Grappolo di S. Eustachio di Mercato S. Severino (SA).

[2] Pietro Di Donato, Cristo tra i muratori, pag. 324, Milano 1941

[3]  Pietro Di Donato, Cristo tra i muratori, pag. 324, Milano 1941

[4] Guido D’Agostino, Olive sull’albero di mele, pag. 155, Milano 1947

[5] Guido D’Agostino, Olive sull’albero di mele, pag. 155, Milano 1947

[6] Tra questi autori rientra sicuramente Giuseppe Ungaretti, nato (1888) e cresciuto ad Alessandria d’Egitto, dove nel 1906 conosce l’emigrato Enrico Pea. Solo nel 1912, Ungaretti conoscerà l’Italia. La sua arte nasce dall’incontro «tra diverse culture e la cultura del nomadismo».

 

L‘ultimo viaggio

di

Arturo Gabriel Bandini

160 pagine

è edito da

www.ags-edizioni.it

ISBN 978-88-903859-8-8

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